Quante volte vi è capitato di seguire il navigatore per evitare il traffico, solo per ritrovarvi imbottigliati proprio sulla strada indicata come “più veloce”? Non siete soli: un recente studio scientifico pubblicato su Nature Communications, condotto dal CNR-ISTI e dall’Università di Pisa, conferma che l’uso massiccio dei navigatori GPS può effettivamente peggiorare la situazione del traffico urbano e aumentare le emissioni inquinanti.

Il problema nasce da un meccanismo apparentemente semplice ma con conseguenze complesse: gli algoritmi dei navigatori ottimizzano la scelta del percorso per ogni singolo utente, ma non tengono conto dell’impatto collettivo. Quando una soglia critica di automobilisti – stimata tra il 60 e l’80% – utilizza contemporaneamente lo stesso sistema di navigazione, la congestione aumenta e i benefici ambientali si annullano o addirittura si invertono.
Come funziona davvero il navigatore? L’ottimizzazione individuale non basta
Gli algoritmi di navigazione valutano in tempo reale il percorso più veloce per l’utente singolo, basandosi su dati di traffico, incidenti e altri eventi. Tuttavia, quando migliaia di persone ricevono la stessa indicazione, la strada suggerita si sovraccarica e diventa meno efficiente per tutti. È un effetto domino che genera congestione nelle stesse aree, peggiorando l’esperienza generale.
Dino Pedreschi, professore di informatica all’Università di Pisa e tra gli autori dello studio, spiega:
I sistemi di navigazione concentrano il traffico in una determinata zona perché è la strada più veloce. Ma magari non è la migliore e l’amministrazione deve poter intervenire per modificare la logica degli algoritmi
Un esempio pratico: il caso di Pisa
In città come Pisa, chi vuole raggiungere la famosa Torre partendo dalla stazione viene indirizzato automaticamente su via Crispi, ignorando vie come Corso Italia o Borgo Stretto, più centrali e con maggiore valore turistico e commerciale. Il navigatore, infatti, non valuta la bellezza urbana o l’impatto sul tessuto cittadino, ma solo la rapidità del percorso.
Le soluzioni possibili: dalla casualità all’intelligenza artificiale
I ricercatori propongono due strade per mitigare il problema. La prima è un intervento semplice e immediato: introdurre un elemento di casualità negli algoritmi di navigazione, distribuendo in modo randomico le rotte suggerite agli utenti. Questo evita che tutti convergano sulla stessa strada, riducendo la congestione.
Tuttavia, questa soluzione è solo parziale. La vera innovazione potrebbe arrivare dall’uso avanzato dell’intelligenza artificiale, capace di prevedere gli effetti del traffico prima che si manifestino. Un sistema del genere suggerirebbe percorsi leggermente più lunghi ma meno trafficati, consentendo di arrivare prima e, contemporaneamente, diminuendo la congestione complessiva.
Pedreschi sintetizza l’idea:
Sapendo che c’è traffico, il navigatore consiglia una rotta un chilometro più lunga ma più veloce nel complesso, creando un duplice vantaggio: l’utente arriva prima e contribuisce a ridurre il traffico
Il vero nodo è culturale e politico
Il limite più grande non è tecnico, ma riguarda la mentalità degli utenti e le scelte politiche. Chi guida vuole arrivare prima, senza compromessi. Convincere le persone ad accettare un percorso più lungo per il bene collettivo è una sfida culturale che le app da sole non possono risolvere.
Inoltre, le grandi piattaforme di navigazione stanno assumendo un ruolo sempre più centrale nella gestione della viabilità urbana, spesso senza trasparenza e senza il coinvolgimento delle autorità locali. Pedreschi avverte:
La politica deve farsi sentire, chiedendo alle società di IA di assumersi la responsabilità e di essere trasparenti sugli effetti aggregati delle loro decisioni
Un futuro da ripensare: tra algoritmo, città e ambiente
Se non si interviene, rischiamo un futuro in cui il navigatore diventerà l’unica autorità sulle strade, privilegiando sempre i percorsi più brevi ma ignorando aspetti fondamentali come la qualità della vita urbana, la sostenibilità ambientale e la valorizzazione del territorio. Cartelli stradali e decisioni comunali potrebbero perdere peso rispetto a un algoritmo ottimizzato esclusivamente per l’utente singolo.
Lo studio lancia un campanello d’allarme importante: l’intelligenza artificiale applicata alla mobilità non è un semplice strumento neutrale, ma un attore che modifica il modo in cui viviamo le città. Ignorare gli effetti collettivi degli algoritmi significa lasciare che siano le aziende private a modellare il nostro ambiente urbano, un percorso alla volta. Per chi è appassionato di tecnologia, mobilità e sostenibilità, questa ricerca apre la strada a riflessioni profonde sul ruolo che le app e l’IA devono avere nel futuro delle nostre città. Non si tratta solo di arrivare prima, ma di arrivarci meglio, rispettando l’ambiente e la qualità della vita di tutti.

